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martedì 18 settembre 2012

da www.ilsole24ore.com

I sindacati canadesi contestano Chrysler


TORONTO
Avrebbe dovuto giocare in casa, nel suo Canada, e invece il dialogo tra Sergio Marchionne e i sindacati canadesi si sta facendo sempre più in salita. L'ultimo no che il numero uno di Chrysler ha dovuto incassare è stato quello del Canadian auto workers (Caw), la più importante associazione di lavoratori del comparto, che ha scelto Ford come "piattaforma" sindacale di base per il rinnovo del contratto di categoria, spuntandola su General Motors e appunto sul gruppo controllato dal Lingotto. E proprio con Ford il Caw ha raggiunto l'accordo preliminare per il rinnovo del contratto quadriennale, che prevede la creazione di 600 posti di lavoro.
«Ford ha mandato un messaggio molto forte in relazione alla possibilità di superare gli scogli che ancora ci separano», ha detto il presidente dei Caw, Ken Lewenza, riferendosi alla disponibilità dell'azienda a trattare, proprio in materia sindacale e di contratti di lavoro.
E sull'inflessibilità di Marchionne si è espresso anche Harley Shaiken, docente dell'Università di Berkley, esperto di diritto del lavoro: «Sergio si è fatto la reputazione di essere meno flessibile delle sue controparti», ha sostenuto Shaiken, che ritiene che il metodo Marchionne sia in qualche modo poco adatto alla tradizione e ai percorsi di contrattazione sindacale canadesi: «In Italia Fiat non ha rivali – ha concluso Shaiken – tutto inizia e finisce con lei, ma qui è diverso».
La settimana scorsa Marchionne era apparso più possibilista su un recupero dei rapporti con le parti sociali canadesi, pur non nascondendo le difficoltà. «Penso che siano stati fatti progressi, ma la strada per una conclusione è ancora lunga», aveva detto a Detroit l'amministratore delegato di Chrysler e Fiat.
In realtà le case automobilistiche stanno cercando di ottenere concessioni dal sindacato dato che in Canada, complice il rafforzamento del dollaro canadese, i costi della produzione si sono alzati.
«I fatti sono fatti e penso che ignorarli, nascondendoli sotto il tappeto, non rende la vita di nessuno più facile», aveva dichiarato Marchionne al Wall Street Journal, sottolineando che «la speranza è che si capisca a che punto siamo e che si possa partire da questo».
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giovedì 6 settembre 2012

Québec: vincono i separatisti, spari sul comizio

da www.ilsole24ore.com


L'esultanza dei separatisti del Québec per una vittoria attesa da nove anni è durata poco, macchiata dal sangue: un uomo ha aperto il fuoco nel teatro di Montreal in cui stava parlando Pauline Marois, la leader del Parti Québécois che ha conquistato il successo, pur risicato, nelle elezioni legislative. Sarà la prima donna alla guida del Governo nella provincia francofona canadese. La Marois, 63 anni, è rimasta illesa, precipitosamente portata fuori dalle guardie del corpo, un uomo è morto e un altro è stato gravemente ferito. L'attentatore è stato arrestato. Quando l'hanno bloccato ha urlato in francese ma con un forte accento inglese: «Gli inglesi si stanno svegliando». Se fosse confermata la pista politica, l'episodio potrebbe creare una tensione sinora estranea alle due comunità canadesi.
L'episodio ha appannato il risultato elettorale, che ha assegnato 54 seggi sui 125 dell'Assemblea nazionale agli indipendentisti, solo 4 più che ai liberali ma abbastanza da decretare la premiership. Buona, anche se inferiore alle aspettative, l'affermazione del Caq (Coalition Avenir Québec), una formazione di destra nata appena un anno fa, che si definisce nazionalista ma si oppone alla secessione: ha ottenuto 19 seggi. L'affluenza è stata molto alta, del 75% rispetto al 57% del 2008.
I precedenti Governi del Pq avevano lanciato due volte il referendum per la separazione della provincia, dove oltre l'80% dei 7,8 milioni di abitanti parla francese (lingua ufficiale), ma sia nel 1980 sia nel 1995 le consultazioni avevano bocciato la proposta separatista. Nel 2006 il Parlamento canadese ha approvato una mozione simbolica che riconosce il Québec come «una nazione all'interno del Canada unito». Eppure negli ultimi tempi il tema separatista non sembra al centro dell'interesse della gente: in un sondaggio dei giorni scorsi solo il 28% degli interpellati ha dichiarato di aspirare alla secessione. Ora la Marois, che guiderà un Governo di minoranza, dovrà decidere come muoversi. Le sue prime parole sono state caute: «Il Québec ha scelto e noi rispetteremo questa scelta, governando con tutti gli altri partiti. Siamo qui per servire i cittadini, e sono convinta che su questa base possiamo trovare il compromesso necessario per assicurare allo Stato una guida appropriata».
Quando è entrato in azione l'attentatore, intorno a mezzanotte, nel Metropolis, la Marois stava proprio promettendo agli elettori che la provincia «un giorno sarà un Paese sovrano». Dopo la fuga del killer, e il suo arresto, la Marois è rientrata in sala ma ha concluso rapidamente il discorso e poi ha chiesto ai sostenitori, circa 2mila, di lasciare lentamente il teatro.
Il primo test importante per il nuovo Governo sarà il budget, tradizionalmente presentato a marzo. Un appuntamento cruciale se si considera il debito da 186 miliardi di dollari che schiaccia il Québec (il più alto delle 10 province del Canada), dove l'anno scorso si sono susseguite manifestazioni studentesche, alcune delle quali anche violente, contro il piano del Governo liberale di alzare le tasse universitarie. Piano che la Marois intende cancellare, puntando a far cassa attraverso un incremento delle royalties sulle miniere e alzando le tasse per i redditi alti, a partire da coloro che guadagnano 130mila dollari all'anno. Certo, il premier avrà bisogno dei voti dell'opposizione e potrebbe dover ritoccare il programma economico del Pq. Certamente l'aiuterà la sua consumata esperienza: calca la scena politica sin dal 1981.
eliana.dicaro@ilsole24ore.com
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